"Meglio Capitano della mia zattera di storie di carta che mozzo sul ponte di Achab"
SITO ANTI COPROFAGIA LETTERARIA: MERDA NON NE SCRIVO, E MENO ANCORA NE LEGGO

giovedì 7 settembre 2017

ereZie di fine eZtate

Lo Zio Nick è un non violento.
Ma quando ci vuole ci vuole.

1
VERDE ORO
L’Homo Sapiens aumenta le Riserve Protette? No, le abolisce in nome di Dannaro e Lavhorror!
Notizie intelligenti e incoraggianti dal brasilE: una grande riserva protetta amazzonica verrà aperta a quei poveri disgraziati mangiafango che sono i cercatori d’oro, e alla suinaglia che li sfrutta. Ma quanti anni ancora ci vorranno, a quelle ceste di tazzo che governano alcuni paesi, e il mondo in generale, per capire che ormai da lungo tempo il solo vero ORO sono gli Alberi e l’Aria da respirare? 
[p.s. Altro continente, altra bella merda: in giapponE ricomincia la strage di balene...]

2 DANZERÒ SULLA VOSTRA SPORCA CAROGNA (HENRY MILLER)
E poi salta su un lettore a riferirti di quel libraio (pigro? incapace? deficiente?) secondo cui un tuo romanzo, pubblicato da un editore indipendente ma assai prestigioso, e distribuito dal più grande distributore italiano, è “difficilissimo da ordinare”. «Ma perché invece di questo introvabile Pezzoli non si compra un bel merdseller smarchettato in tv, che ne ho la vetrina piena?». Be’, quando gente così fallirà e chiuderà bottega, non aspettatevi da me il solito articolozzo coccodrillesco alla Covacich, basato sul ritrito luogo comune “ogni volta che chiude una libreria muore anche un pezzo del nostro cuore…” Un bel pezzo di cazzo! Quando chiude certa gente, io vado a danzargli davanti alla saracinesca. Confermo tutto il mio amore e il mio rispetto per i Librai bravi, intelligenti e appassionati (come tanti, per fortuna, ce ne sono) ma, come ho detto in mille discussioni sull’argomento, niente guerre sante: meglio un lettore che compra Hilsenrath su Ibs o Amazon di uno che compra smunte cacatine da classifica in librerie che non vendono nient’altro.

3 APPROFITTANE PER MANDARCI AFFANC…
Quando una volta alla settimana accendo il vecchio nokia, trovo fastidiosi, maleducati e invadenti messaggi del magnaccia telefonico, del tipo: “Ti ricordiamo che hai ancora credito sulla tua scheda: approfittane per chiamare i tuoi amici!” Che, come principio, è lo stesso che se la farmacia si permettesse di stalkerarmi per dirmi: “Sono quasi due anni che non ricompri l’aspirina: non ti viene mai un bel raffreddore, brutto stronzo?” (Ma probabilmente arriveremo anche a questo…)

4 BUONISSIMO ME (QUANDO POSO LA PENNA)
Lo scrittore italiano medio è uno convinto di dover irrorare la sua prosa di programmatica e spesso ipocrita pietas, mentre poi nei rapporti diretti con le altre persone si fa quasi un vanto di essere uno stronzo sgradevole. Io sono esattamente l’opposto: ritengo che civiltà e convivenza di tutti i giorni debbano basarsi su livelli elevatissimi di gentilezza e dolcezza, ma che un bravo scrittore, sulla pagina, debba essere cattivo. O almeno cattivello. 

5 MA CHE NOIA QUESTA SCUSA DELLA NOIA!
La noia è rivelatrice di quello che siamo. Un Leopardi che si annoia produrrà uno scritto geniale sulla noia. Una merda inferiore che si annoia userà la scusa della noia (avallata al volo da certi cacanotizie) per andare in giro ad ammazzare vecchietti o a dar fuoco ai clochard…

6 A MODO MIO (PARTE PRIMA)
Non c’è più una sola mia scelta, stilistica, narrativa, editoriale, commerciale o esistenziale, che non venga giudicata un errore, un’ingenuità o una madornale follia. Quindi delle due l’una: o sono troppo avanti o sono un pazzo deficiente. In entrambi i casi, inutile star troppo lì a menarmela. Farò di testa mia.

7 “IL DOMICILIO È INVIOLABILE” 
(COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA)
«Georgiano trovato a rubare in una casa: espulso per dieci anni.»
La prossima volta espelletelo per dieci giorni. 
Così almeno fa più ridere.

8 A MODO MIO (PARTE SECONDA)
Chiamatemi cocciuto, chiamatemi ingenuo, chiamatemi pazzo, ma una cosa dev’essere chiara: piuttosto che mettermi a scrivere “come dicono gli altri”, per pubblicare più facilmente e vendere di più, preferisco pensare di smettere di scrivere
L’omologazione verso il banale, il ripetitivo-narrativo, il copincolla e il déjà vu è la piaga del secolo, e ne sono già abbastanza danneggiato e annoiato come lettore. 
Rendermene complice anche come scrittore? 
Nein, danke
E poi, in un mondo in cui diventare famosi significa fare pompini all’ego dei mediocri, io voglio continuare a piacere a pochi. Anzi, a pochissimi.

9 VITTIME DI SERIE A, VITTIME DI SERIE B, 
GIORNALISMO DI SERIE C
Quattro belle personcine, da condannare all’ergastolo dentro latrine d’acciaio di due metri per due senza porta per uscire (e senza Fans di Caino a metter becco), aggrediscono con spaventosa violenza una coppia di polacchi e un trans peruviano. E come porge la notizia la maggior parte dei nostri cacanotizie? Titoli in prima pagina e servizi lunghissimi sulla regolar coppietta etero. E poi mezza riga in fondo in fondo: “stuprato e rapinato anche un trans”. Massì, che vuoi che sia. È come se avessero scritto: “andando via dalla spiaggia, i quattro hanno anche sputato per terra”.




venerdì 25 agosto 2017

14 anni fa


Te ne sei andata 14 anni fa, più o meno a quest'ora. 
E mi manchi come se te ne fossi andata un'ora fa.
Ciao mamma, Raggio di Sole nel mio cuore buio.



"La mattina dopo hai di nuovo mal di gambe. Hai dovuto ritornare a letto dopo colazione, non trovi una postura che vada bene. 
Invece di lamentarti mi chiedi: «E tu come stai»." 

("AGONIA DI UNA FATA E ALTRI SFACELI", Romanzo inedito)


lunedì 14 agosto 2017

NEL LABORATORIO DELLO SCRITTORE - un flashback calcistico da un Corradino prossimo venturo

Evaristo Beccalossi

Nel 1980 per i calciatori non c’erano le barbe pitturate. Non c’era il tatuaggiume imbrattacorpo. Non c’erano gli scarpini fosforescenti con scritto il nome del sesto figlio appena scofanato dalla quinta moglie pornodiva. Non c’erano le pettinature a zerbino, a polentina sulla testa o a scopino per il cesso. Nel 1980 per i calciatori c’era la permanente. Nell’Inter il permanentato era Spillo Altobelli. E così quel giorno, porcodiaz, non ti vedo entrare in campo due Altobelli, uno col numero 9 e l’altro col numero 7? Non ero preparato: che scherzo era? Non ci capivo più niente. Ma no, spiegò subito il papà di Leonardo, un vero acculturato che tutti i giorni leggeva la Gazzetta al bar. Quello col numero 7 era Domenico Caso. Si era permanentato pure lui. Anche Domenico Caso aveva seguito Spillo Altobelli nella moda della permanente, e aveva scelto per farlo proprio la domenica della mia Prima a San Siro. 
Non sapevo se considerarlo un onore o una mancanza di rispetto.

Peccato che quel giorno mancasse uno dei miei idoli, l’incontenibile mediano-sprinter-panzer Giancarlo Pasinato. Al suo posto era stato schierato a centrocampo col numero 4 Gabriele Oriali, e come terzino al posto di Oriali, ma scalato a destra, c’era Canuti, con Giuseppe Baresi restituito alla fascia sinistra (suo il perfetto cross per il gol di testa, in torsione a sfiorare, di Spillo Altobelli).
I calabresi erano allenati da Carletto Mazzone, e in porta avevano il famigerato Mattolini, da alcuni soprannominato malignamente “Saponetta”. Per la cronaca, vincemmo in carrozza 3-1, con prodezze di Beccalossi – su respinta difettosa di Mattolini – Oriali e Altobelli, e solo a dodici minuti dalla fine il gol della bandiera di Bresciani in più che sospetto fuorigioco, col di solito disciplinatissimo Ivano Bordon che si precipitò imbestialito dal guardalinee dell’arbitro Barbaresco di Cormons, e per poco non gli fece mangiare il berretto che si era messo per via che stava in porta controsole.
A vedere a distanza di anni il tabellino, sarebbe roba da farsi venire i lacrimoni, se non altro per il fatto che su ogni panchina stavano tre giocatori, di cui uno soltanto sarebbe potuto subentrare: i nostri erano il portiere di riserva Cipollini, il difensore Pancheri (che entrò per Beccalossi a pochi minuti dalla fine) e l’attaccante Ambu.
All’uscita di Evaristo Beccalossi scrosciarono applausi da spellarsi le mani. Quella che oggi si chiama “standing ovation”. Vidi comparire uno striscione esagerato ma bellissimo, che diceva:

EVARISTO NON TI FERMA NEANCHE CRISTO



venerdì 4 agosto 2017

GLI ITALNANI (Nessun si offenda: sapete tutti che non sono boldrinally correct. Per fortuna.)


Gli italnani fabbricano letti per i settenani, e banchi di scuola per lillipuziani (che se ti vengono problemi alla schiena li dovresti denunciare).
Gli italnani se sei alto si sentono in obbligo, ogni santa volta che t’incontrano, di chiederti se “sei cresciuto ancora” (anche se hai tipo 50 anni).
Gli italnani ti fanno talmente impazzire per trovare due ciabatte numero 46 che quando le trovi non servono più: basta il 44, perché nel frattempo ti si sono consumati i piedi (e non soltanto quelli).
Gli italnani si divertono a piazzarti i lavandini all’altezza dell’uccello.
Gli italnani costruiscono treni per bambini giapponesi (nani).
Agli italnani piace tanto farti battere la zucca, e farti avanzar fuori i piedi dal lettino sulla spiaggia.
Gli italnani al corso NBC ti spiegano che le maschere antigas sono su misura per ogni faccia, ma poi la tua misura non c’è mai: i giganti sono tranquillamente sacrificabili.
Gli italnani montano le docce all’altezza del tuo ombelico (come a dire: lo shampoo fattelo pure al cazzo).

sabato 22 luglio 2017

MICROASSAGGI DI PARANORMALE


IL FUTURO È UN FILM GIÀ GIRATO?

È un giovedì notte di gennaio del 2016. Sogno uno spezzone – uno squarcio breve ma nitido, come un lampo a colori – di Sampdoria-Juventus in programma nel fine settimana successivo. Se una cosa mi è chiara mentre sogno è che non si tratta di materiale di repertorio: sto assistendo alla partita futura. C’è un gol di Pogba. Giusto il giorno dopo, scopro per caso che un sito di scommesse dà le quote “gol Sì/No” per ogni singolo giocatore di ogni partita. La quota gol di Pogba è interessante, trattandosi di un centrocampista che segna sì spesso, ma non è un bomber da classifica dei cannonieri. Ci punto sopra qualche soldino, così, per divertimento. E Pogba segna il suo gol. E io vinco. Naturalmente può essersi trattato di una semplice coincidenza: certo, nel sogno Pogba segnava proprio nella porta di destra, e proprio da pochi passi dentro l’area com’è poi accaduto davvero, ma in fondo che la Samp potesse subire dei gol in quella partita, e che a farne uno fosse proprio il giocatore da me sognato, era cosa più che probabile.
Solo che poi, la settimana successiva, di venerdì è in programma l’anticipo Atalanta-Inter. E io cosa ti sogno, di nuovo il giovedì notte? Sogno un gol di Toloi. Nella porta di sinistra. È un gran bel tiro al volo, ma dopo succede qualcosa di incomprensibile. Percepisco strane sensazioni: Toloi non esulta, il pubblico pare raggelato, i giocatori atalantini contrariati. Probabilmente la rete è stata annullata. Ma la quota è così interessante (Toloi è un difensore centrale che non segna quasi mai) che provo lo stesso a puntarci su qualcosa. E il venerdì mi si chiarisce l’arcano. Toloi fa un gol bellissimo. In quella porta. Con un gran tiro al volo. E non viene annullato. Ma la sensazione di gelo e di sconcerto era data dal fatto che trattasi di AUTOGOL. Avessi piazzato la scommessa in un’agenzia, al momento dell’autorete avrei subito strappato la ricevuta in mille pezzi, per la rabbia. 
Ma per fortuna era una scommessa telematica, e scopro che la scommessa sul gol è vincente pure in caso di autorete!
D’accordo, son cosucce da poco (e purtroppo non si sono ripetute, o a quest’ora sarei ricco). Ma ogni volta che ci ripenso mi si riempie l’anima di sgomento: esiste quindi un futuro talmente già scritto e ben delineato da poterlo vedere prima, e con dovizia di particolari, come assistendo a un film? 


mercoledì 19 luglio 2017

Ridateci i blog PULITI, grazie!

Ma cos'è quest'epidemia di commenti di merda in angloide, firmati "Blogger", che spuntano a cazzo come funghi su vecchi e nuovi post?
Spamming istituzionale della piattaforma?
Che schifo: ogni due o tre giorni mi tocca sempre pulirne via una decina abbondante.
Sta succedendo anche a voi? 

 

venerdì 23 giugno 2017

PAZZOTECA LA PAZ: nuovi generosi e succulenti assaggi!

ebook KDP  € 1,99

Il più pazzo, strepitoso, scompiscioso, demenziale, zioscribesco libro mai scritto da Nicola Pezzoli, alias Zio Scriba. Eppure così pazzescamente serio: la serietà dell’outsider davvero arrabbiato. 
Oroscopi vegetali, lavoratori-squillo precettati nel cuore della notte, molestatori da call center con la sindrome di Tourette, improbabili studenti di filosofia, monologhi di minus habens modaioli, geografie demenziali, vite raccontate a ritroso, sgarupperie infantili, pubblicità così deliranti da sembrare vere, dirette tv dal passato remoto, istruzioni per venditori redatte in teutonico militaresco, bisex innamorati di trinariciuti omofobi, tg da manicomio e, alla fine, un manicomio vero.
Pazzoteca La Paz è una sarabanda di racconti originalissimi ed esilaranti (ma ognuno col suo bel “perché” di fondo – motivo per cui più che “demenziale” sarebbe giusto dire “semidemenziale”, o in qualche caso “scemidemenziale”) leggibili anche come singoli capitoli di un romanzo molto atipico e sperimentale.

Lui NON lo compra di sicuro!


Seconda infornata di assaggi


SEPULTURA
«Allora per fare la pace il Buondio Motta mandò giù Grisù Superstar, il draghetto buono con l’alitosi che vuole fare dagrande il pompiere.
Solo che però a volte si dimentica di essere un drago, e allora presempio purtroppo ha seccato una pianta di fichi che passava di lì per caso.
( … )
Unaltravolta poi basta la smetto seppellì vivo un certo Lazzaruzzo dicendo tranquillo che poi ti risorgo ma Lazzaruzzo morette, e quella fu invece l’invenzione del sceminterrato. (Approfondisci in classe: riflessioncina sull’estrema, drammatica transitorietà dell’espressione “sepolto vivo”)»

TOTUCCIO LO TONNO ‘O SMEMORATU
«Lo Tonno fu per anni a capo della malavita disorganizzata: tizi che regolavano male gli orologi, sbagliavano luogo d’appuntamento, si sparavano tra loro scambiandosi per poliziotti. Si sterminarono a vicenda e rimase vivo solo lui, perché nel frattempo s’era dimenticato d’essere il capo ed era stato assunto in un call center. Sbagliava sempre numero: “Signora Rossi?” “No, qui è Bianchi”. “Le posso rompere i coglioni lo stesso, visto che probabilmente stava cenando, e prima o poi avrei chiamato anche lei?” “A proposito di che?” “Non mi ricordo”. Durò poco. Venne licenziato piuttosto in fretta.»

INSEGNAMENTI
Mordilla m’insegnò cose davvero fondamentali, come il fatto che uno sciatore è quasi sempre sci-munito, che la porcellana non si ricava dalla tosatura dei maiali, che la demenza senile non è quando alle donne impazziscono le tette, che a volte la censura può obbligarti a variare leggermente il titolo di una canzone (è il caso di Besame ‘l bucho), che la municipalizzazione della donna è una grossa fregatura, simile al federalismo che raddoppia le tasse, e che per tre punti non allineati passa una e una sola circonferenza. Quindi ne passano due: “Salve, sono Una”; “Buongiorno, sono Unasola”.

SGARUPPE... ZIE
«Poi ci sta la zia Protozoa. La zia Protozoa è molto calma e paziente, però se ci chiedi pecché ci anno dato quel nome di merda è facile che s’inalbera un pochettino. Le sue sorelle invece tengono nomi normali, e si chiamano rispettosamente Clavicembala, Pasquala, Bisunta, Crocifissa, Infilzata (Filzy per gli amici che peraltro essente nu cesso nun ne tiene) Frescobalda, Funerala, Incatramata e Protomartira. Sorelle ne tiene poche pecché i suoi ci stavano abastanza atenti.

La zia Pasquala m’a diciuto che alla befania hanno bruciato in piazza tutte le befane, ma lei era lì e non ho caputo bene come a fatto che è scampata.
Poi c’è lo zio Aristobecco, che è quello che mi dice di pensare sempre alla salute e di non mangiare grassi e fetenzìe fritte sennò divento come il nonno Artemio sclerotico. 
Insomma, se non avete la testa infilata int’u culo avrete capito che la mia è una famiglia sfigata e che nessuno di questi animali fa un lavoro deciente.
L’unica che porta a casa un po’ di soldi è la mamma ma lasciamo perdere.»

AZZO GUARDI?
«Il dramma, disse Popper, non sta nel fatto che lo schermo tv gronda *erda. Il dramma è che tutti la leccano con l’avidità del criceto digiuno e la proverbiale prontezza imitazionale del suinello pecora.
Popper chi?, dissero gli altri 8 miliardi di esseri subumani, e all’unisono cambiarono canale per istupidirsi con un bel reality che s’intitolava, come tutti, La finestra sul porcile

L'ORNITORINCO L'HA RINGOIATA
«Oggi per la gita distruttiva di scenze siamo andati allo spedale dove habbiamo intervistato un ornitorincolaringoiata, che volevo chiedergli perché si chiama così ma poi o avuto paura pecché ciaveva una brutta faccia e puzzava tutto d’alcùl. Allo spedale c’erano anche dei bambini di lasilo e si erano fatti quasi tutti la caccaddosso, e questo ci ha fatto insegnare che è molto meglio diventare grandi e giudizziosi e sporcare le mutande moderatamente.
Poi in classe habbiamo studiato una cosa molto schifosa, il poeta-vater, chiedo scusa, Pannunzio, che si fece togliere una costola per riuscire a far da solo chupachupa, che la mamma non capisce pecché nun ce spiegano quelle belle d’unavolta, come le apparizioni della Maradonna e i miracoli di Silvan, ma bisogna studiare anche chille fetenzìe pecché pucioppo fanno parte di la vita.
I gatti tengono quattro zampe due per correre una per frenare una per grattarsi i coglioni.»

UOMO AVVISATO
«Il ministro della prostrazione incivile Placido Bradipo avverte se piove sono cazzi vostri se grandina sono cazzi vostri se viene il terremoto sono cazzi vostri se nevica sono cazzi vostri se il vulcano erutta sono cazzi vostri se frana giù anche la madonna sono cazzi vostri se la diga cede sono cazzi vostri se viene l’alluvione sono cazzi vostri se il fiume esonda sono cazzi vostri, se tutto quanto borla giò sono cazzi vostri, se viene lo tsunami sono cazzi vostri, perché io vi avevo avvertiti. In caso di disastro verranno stanziati miliardi per la specu… ehm, per la ricostruzione, e allora a quel punto sì che diventano cazzi miei…»

MENTRE CERCAVO DENTI SUL TAPPETINO…
«…in quella mi apparve una tizia con la faccia da fava
Mancavano solo le apparizioni, dissi, si può sapere chi cavolo sei?
Sono la Fatina dei Denti!
Sei venuta a portarmi dei soldi?
No, quella è la Fata dei Dentini, pirla. Io sono la Fatina dei Denti.
E allora?
Allora mi devi 792 euro più il quadrato dell’iva, Sorensen Puddu
Ma come, non capisco. Io a te?!?
Certo. Non hai letto le avvertenze in piccolo?
Ma vaffanculo
Presi uno spillo e feci scoppiare l’apparizione (come sempre si dovrebbe fare)»

FLUSSI NOTTURNI D’ISPIRAZIONE INCOSCIENTE
«Spero d’essere stato prezioso ed esaustivo e di non aver offeso nessuna testa di cazzo perché questa cosa m’è venuta in mente di notte non di getto ma a dispettosissimi fiotti di farina del mio succo e a furia di prendere il blocchetto e la penna e la piletta da sotto il letto e scrivere stortignaccolo al freddo e rimetterli a posto e riprenderli e scrivere e rimetterli a posto e riprenderli e scrivere e rimetterli a posto e riprenderli e scrivere e rimetterli a posto mi sono slogato una spalla e rotto il cazzo torcicollo c’era la polvere sul blocchetto sono allergico a quegli stronzi degli acari il primo che mi viene ancora a dire la svizzera non esiste te la sei inventata lo spolpo adesso dormo andate affanguglia voi e la svizzera.»

BUM!
«Ed ora un po’ di percentuali come di consueto scagazzate allegramente a caso, beccatevi un po’ di ventiscinque pèscèènto, quattro piscènto, fino al quindici financo piccento, comunque segnatevele perché sono importanti piccento, uno virgola tre per cento rispetto a boh fra lo zero virgola due ed il cinque virgola otto punto e virgola nove sensazione rafforzata percènto dalle parole dell’ex ministro dell’economia (gonfiare sacchettino e bum!) Pettardon…

Ripresa o non ripresa saranno sempre gli stessi BIP a riprendersela in der BIP»

VERSIONE CARTACEA
E chi (come me) preferisce i libri da sfogliare, può scegliere la versione cartacea al prezzo di 4 Euro.

Quarta di copertina versione cartacea


pazzate parola!!

lunedì 5 giugno 2017

Giro sgaffo di ereZie


1 TESTE DI SCASSO
Domandina ingenua: ma quei prodi che considerano lo sfasciare e incendiare macchine di cittadini innocenti un atto di Eroica Guerriglia anziché stupidità vandalica da teppisti escrementizi, sono tutti de-automobilizzati fin dalla nascita o semplicemente parcheggiano più lontano
No, perché sarebbe divertentissimo se un giorno potessimo udire in uno di questi filmati di devastazione un urlo provenire da sotto la vile maschera nera di qualche incendiario strunz: «Noooo, cazzoooo, quella è la miaaaa!!!!»

2 FRA CAZZO DA VELLETRI
Rapper, supercuocuzzi, you(mas)tu(r)ber, e gente che considera Arte un cavallo impiccato o un dito medio di pietra: forse ogni epoca ha le star che si merita.
(A proposito: al primo IMBE faccia-da-rapper che prova a chiamarmi “FRA”, proporrò il gioco di ruolo dei fratelli biblici. Io prendo Caino.)

3 HOMO SAPIENS
In Australia, spettacolo con piloti d’aereo a volo radente in mezzo a cariche di dinamite e gasolio fatte esplodere all’uopo. Spreco di soldi, inquinamento, rumore, fuoco, fumo, orrore, paura. Una cosa talmente idiota che di sicuro prenderà piede in tutto il mondo. E migliaia di persone si mettono in viaggio per vedere una cosa simile, e farla vedere ai loro bambini. Poi uno non dovrebbe pensare che esistono cervelli di serie B, e di serie C, e di serie D…

4 IL GUERRIVENDOLO (E SIGNORA)
Zio Carota va a vendere ARMI per 110 miliardi ai simpaticoni sauditi, ma l’unica notizia di rilievo sembra essere la foto della giovine Ziacarotessa senza velo al cospetto del “suoro” di turno. 
(Peccato che poi il velo, nero, l’abbia messo in vaticano, dove ha ritenuto di doversi agghindare da vedova siciliana di fine Ottocento…) 
C’è stato pure chi ha inneggiato all’Orgoglio Femminile. Manca solo che nuova icona del femminismo diventi una donna giovanissima e bella che ha sposato un vecchio inguardabile riccone potentone, e poi lo accompagna per il mondo a vendere morte. Cioè, questa qui non è che si sia messa a dire “Ma vergognatevi, brutti cazzoni, basta con questa stupida violenza al testosterone, basta con quest’economia da assassini!”. No, si è limitata a non mettere un velo sui biondi capelli, come invece fece la “cattiva” pacifista Bonino. Vuoi mettere il coraggio?

5 RUMORI MOLESTI
Leggo che il fatto di provare un acuto fastidio per lo stridore di una posata di metallo che sfrega su altro metallo farebbe di me un misofonico, e che dovrei curare questa mia gravissima malattia mentale sottoponendomi a “terapia riabilitativa sonora associata al «counseling» (dirlo in Italiano non pareva bello, ma forse sono io che sono pure misanglofonico) associata a una terapia cognitiva comportamentale”! Cioè dovrei spendere del tempo e dei soldi per rendermi gradevole o indifferente tale fastidioso stridore. 
Ci penso un po’ e poi mi dico: ma non farei molto prima a chiedere gentilmente allo sfregatore molesto se può per favore smetterla e, se quello insiste, invece di andare io a farmi curare mandare lui a farsi inc*****?

6 FANALINI DI CODA DEL GRUPPO MAGLIA NERA
Durante le dirette del Giro d’Italia, venivano ogni tanto proposte le schede personali dei ciclisti. Una voce molto interessante era quella intitolata “passioni”. Ebbene: se il corridore era olandese, o francese, o portoghese, o sloveno, o slovacco (metteteci voi qualsiasi altra nazionalità vi possa venire in mente) sotto tale voce comparivano molto spesso parole magiche come “libri”, “romanzi”, “leggere”, “lettura”…
Se invece era italiano, prevedibile e immancabile la scritta: videogames.
C’illudiamo ancora di essere i pronipoti di Dante.
E invece siamo i figliastri tecnoglioniti di Lara Croft.

7 POVERI NOI
Curiose e impagabili le strutture fisse di pensiero di certi "intellettuali": se un farabutto teppista criminale strapregiudicato fa dei casini allo stadio, la prima cosa che dicono è che di sicuro la colpa è tutta del calcio. Se un terrorista fanatico religioso fa una strage, la prima cosa che dicono è che NON è colpa della religione (per poi lanciarsi in pezzi sociologici d’accatto sulla “povertà”, dimenticando che per esempio gli Inuit sono poverissimi ma non rompono il cazzo a nessuno).

8 ROSENGOBB FC (O “IL ROSENBORG SABAUDO”)
Ho imparato a non andare mai sui social a caldo dopo certe partite di calcio. Perché sarei costretto a leggere cose (di solito contro l’Inter e gli interisti, bersagli preferiti di bullismi e arroganze) che mi farebbero un po' dubitare dell’intelligenza di chi le scrive. Ma soprattutto, lo riconosco, sarei poi costretto a dubitare della MIA intelligenza, per le risposte che mi sentirei costretto a dare, in un gioco delle parti che mi è venuto parecchio a noia. E comunque stavolta, dopo il trionfo del Real (che non è che mi stia simpatico: tendo a chiamarlo Maial Madrid…) l’unico sfottò dovrei riservarlo a me stesso, visto che sul “Triplete” del povero ROSENGOBB, impavido Signore degli orticelli impoveriti (al punto da aver perso clamorosamente il conto delle vittorie: 33? 35? 58? ma fate un po’ voi!), ci avevo pure genialmente scommesso. Quasi quasi provo a farmi rimborsare da Muflòn…


lunedì 22 maggio 2017

«LUI NO!»

Il vostro Zio qualche... settimana fa.

Ironia delle ironie, il più grande e inatteso tributo – meritato o meno – al mio rango di scrittore lo ricevetti a 22 anni, quando avevo scritto pochissimo e pubblicato nulla. Pavia, 1989: nella caserma del Battaglione “Lario” andavo ripetendo di questa mia vocazione. Il primo a mostrarsi interessato fu uno dei “nonni” prossimi al congedo, il caporale Poli, operaio bolognese dallo sguardo gentile e intelligente. Mi chiese, alla mia prima licenza, di portargli qualcosa da leggere, e io gli diedi un plico di fogli disordinati con qualche racconto e alcune poesie, e forse – non ricordo bene – anche dei brani del mio “Sognando il Cigno Blu”. Lui era giunto alla fine del suo anno di schiavitù militare, e non ci fu nemmeno il tempo per diventare davvero amici. 

Di lì a poco, i congedanti del Settimo piombarono a notte fonda nella camerata di noi del Quarto per il fastidioso rituale dello “sbrandamento”. I cuscini cominciarono a volare, le coperte a cascare, i letti a spostarsi con stridore, qualche materasso a finire per terra, fra urla di trionfo degli incursori e proteste, lamenti, bestemmie delle vittime. Li sentii avvicinarsi dall’alto del mio letto a castello, uno degli ultimi in fondo, presso il finestrone che dava sul cortile interno, e sulle foglie di un platano intarsiate di luna. Ero ancora indeciso se far finta di dormire o buttarmi giù per evitare che mi ci buttassero loro, c’erano già delle mani sulla coperta, ormai era il mio turno, quando l’oscurità fu lacerata da una voce invisibile. 
«Lui no!» disse la voce del caporale Poli. «È uno scrittore». 
Gli obbedirono.
Mi lasciarono stare.
E io mi sentii in colpa nei confronti degli altri, per quel mio piccolo privilegio, ma venni anche scosso, per quel suo grande gesto, da un brivido di commozione vera.

Poi, per anni e anni, i rifiuti editoriali che collezionavo («Tu no!») mi fecero sentire una specie di impostore, e la cosa, per difficile che sia da credere, mi faceva star male anche e soprattutto nei confronti del caporale Poli, e della limpida, genuina fiducia con cui mi aveva creduto. Mi chiedevo spesso se il caporale Poli si ricordasse di me, se gli capitasse di cercare in libreria qualcosa di mio, e cosa pensasse, non trovando nulla, di me e della mia patetica bugia. Forse mi pensava morto. Forse mi pensava un mitomane, un imbroglioncello. Io preferivo di gran lunga che mi credesse morto. O meglio ancora che mi avesse dimenticato.

Adesso, caro caporale, amico mio, vorrei tanto aver conservato il tuo indirizzo, o che tu leggessi per caso queste mie parole, per farti sapere che mi ricordo di te, e che nel mio piccolo ce l’ho fatta. Anche se non frega quasi a nessuno. Ma a te importerebbe, lo so.
Grazie, per aver creduto in me. Non ti dimenticherò.


giovedì 20 aprile 2017

Nicola Pezzoli - PAZZOTECA LA PAZ

ebook KDP  € 1,99

Il più pazzo, strepitoso, scompiscioso, demenziale, zioscribesco libro mai scritto da Nicola Pezzoli, alias Zio Scriba. Eppure così pazzescamente serio: la serietà dell’outsider davvero arrabbiato. 
Oroscopi vegetali, lavoratori-squillo precettati nel cuore della notte, molestatori da call center con la sindrome di Tourette, improbabili studenti di filosofia, monologhi di minus habens modaioli, geografie demenziali, vite raccontate a ritroso, sgarupperie infantili, pubblicità così deliranti da sembrare vere, dirette tv dal passato remoto, istruzioni per venditori redatte in teutonico militaresco, bisex innamorati di trinariciuti omofobi, tg da manicomio e, alla fine, un manicomio vero.
Pazzoteca La Paz è una sarabanda di racconti originalissimi ed esilaranti (ma ognuno col suo bel “perché” di fondo – motivo per cui più che “demenziale” sarebbe giusto dire “semidemenziale”, o in qualche caso “scemidemenziale”) leggibili anche come singoli capitoli di un romanzo molto atipico e sperimentale.


Qualche piccolo assaggio per voi:

INCIPIT
Era una brutta mattina di maggio, luglio, settembre meno un quarto, e come previsto dal mio oroscopo vegetale (sono della Verza) nel farmi la barba mi potai un capezzolo. 

SPORT & CULTURA
Gli americani hanno il besboll i francesi scopano le rane gli svizzeri fin da piccolissimi giocano a hockey funziona che il nonno si stende per terra sul tappeto se c’è se no fa niente e i nipotini gli zompano sopra e lo prendono a mazzate ed è una forma propedeutica come da noi il minibasket solo che non si chiama minihockey bensì hockey su pirla.

TRAILER
Dopo il telegiornale andrà in onda spottin spottando il bellissimo film (ridotto a smozzichi e brandelli) La conversazione, con Gene Hackman: un uomo si devasta la casa bel coglione alla ricerca di una microspia, per poi scoprire che gliel’avevano messa nel… ehm… gliel’avevano messa nel sassofono.

TV VERITÀ
Sul secondo canile vi proporremo un interessante approfondimento 
Sulla vicenda Bobbit
Ricordate BIPbecilli, l’uomo col manico dalla parte del coltello, 
Evirato dalla moglie Loreena
Una veera scassamiinchia
Ebbene, dopo aver dato la parola sia alla moglie che al marito
In due brevissime puntate
(Lei ha detto “Tiè!”
Lui ha confermato “Ahii!”)
Stasera, in diretta e in esclusiva, per completezza d’informazione e di puntidivista
Cercheremo di capire 
Che cosa ne pensa il Cazzo

D'AMORE E D'ACCORDO
Ma soprattutto nessuno tentava d’imporre all’altro le proprie idee
«Se rimango incinta come lo chiamiamo?»
«O come mio padre… o come tuo padre»
«Quindi Marco?»
«Se è femmina, Marca»

ISTRUZIONE SUPERIORE
Mordilla, la vampirla mordiglande, era una persona molto istruita e senza museruola. Era l’unica al mondo ad avere quattro diplomi di quinta elementare conseguiti in quattro scuole diverse. Appena diplomata tornava a iscriversi alla prima elementare, perché sosteneva che l’istruzione che ti danno le Elementari non te la dà nessun’altra scuola, e forse dalle nostre parti è davvero così. Dalla mia maestra ho imparato tante belle cosine, dai miei docenti universitari ho imparato solo che conveniva comprare a caro prezzo il libriccino di 26 pagine scritto da loro perché le domande all’esame le prendevano solo e tutte da lì.

ANTENATI
In fondo, provare strane esperienze è un vizio di famiglia. Mio nonno per esempio andava a letto con le galline, perché pensava che così avrebbero fatto le uova più grosse. Il mio bisnonno invece non è mai esistito e questo spiega e se non capisci rispiega e se non capisci rispiega e se non capisci vaffanculo come mai la mia vita sia un fortuito paradosso cazzo-temporale senza ombrello (sans parapluie potrebbe dire un francese anelante farsi affari miei, e io potrei anche rispondergli male).

BESTIA IN SELLA
Sgarfiolotti era l’autore di un notissimo romanzo di otto righe, inedito per un soffio, che raccontava la tragedia di un uomo annegato insieme al suo cavallo nel tentativo di attraversare un fiume in piena. Siccome ci rimanevano sia lui che il cavallo, il geniale titolo dell’opera era “Mal comune in mezzo al guado”.

RAKETINA
... alla memoria dei vuoti di memoria della famosa tennista Raketina Dementieva, la quaglia, lo riscordo a chi si fosse dimenticato di dimenticarla, anziché prodursi a ogni sracchettata nei vagiti ovarico-vaginali tanto cari alle sue colleghe e ai guardoni che le guardano (e agli ascoltoni che le ascoltano), aveva preso l’abitudine di accompagnare ogni singolo impatto pallico non coi soliti preorgasmici “Yeah! Yeah! Yeah!” che te lo fanno rizzare, bensì col suo caratteristico urlo all’indirizzo del giudice di sedia “Quanto hai detto che sta il punteggio? Quanto hai detto che sta il punteggio? Quanto hai detto che sta il punteggio?”…

VERSIONE CARTACEA
E chi (come me) preferisce i libri da sfogliare, può scegliere la versione cartacea al prezzo di 4 Euro.
Quarta di copertina versione cartacea


pazzate parola!!


lunedì 17 aprile 2017

Clemens Meyer - ERAVAMO DEI GRANDISSIMI


Non capita così spesso di chiudere un libro di 602 pagine e rammaricarsi per averlo finito, perché ne vorresti ancora e ancora. 
Ebbene, questo è uno di quei casi.
Chi ama i bei romanzi di formazione non si perda per niente al mondo questa chicca meravigliosa e potente: infanzia e adolescenza a Lipsia prima e dopo la riunificazione delle due Germanie. 
Un libro che sa commuovere, divertire, impressionare. Una corposa storia con personaggi e atmosfere che non si lasceranno dimenticare.
Clemens Meyer sa cosa vuol dire scrivere, con una semplicità mai banale, una leggerezza mai superficiale.
Roberta Gado e Riccardo Cravero sanno cosa vuol dire tradurre da una lingua difficile come il Tedesco. 
Un grazie a tutti e tre. E all’editore Keller.
E voi, non fatemi incazzare.
Parola di Scriba.

sabato 8 aprile 2017

Lui era “Er più mitico blogger de Roma”, e lo sarà fino alla fine dei tempi.

Aldo Accardo

In questi giorni ci ha lasciati Aldo Accardo, conosciuto anche come “Il Monticiano”. Lo avevo battezzato “Er più mitico blogger de Roma”. Anche se lui era troppo modesto per definirsi così. Ma per me era soprattutto un Amico.

Per anni Aldo Accardo ha deliziato e coccolato i suoi lettori con le sue splendide storie di vita, a volte vere e propre pagine di diario e di memoria, e altre volte invenzioni giocosamente ritoccate, arricchite con vivace fantasia: storie della sua avventura nel mondo, dagli stenti dei tempi di guerra ai graffianti quadretti di realtà odierna, fino al racconto mai lagnoso e sempre sorridente degli acciacchi e delle malattie della vecchiaia; storie in cui spesso sapeva far scorrere una sana e divertita impertinenza da preadolescente monello e un po’ discolo, e soprattutto un’immensa e illuminata saggezza. 
Una penna da cui fuoriusciva un inchiostro genuino e pulito, distillato da un misto di tenerezza, nostalgia e sottilissima ironia, e dico penna per modo di dire, perché le belle storie di questo arzillo vecchietto erano scritte con un computer a cui aveva dolcissimamente dato un nome di essere umano, da tanto che erano umane le storie che da lui promanavano: il suo pc si chiamava Pasquale. 

E Aldo e il suo Pasquale confezionavano pezzi scritti davvero bene, memorabili e toccanti, in grado di commuoverci o di farci scompisciare, eppure sempre da dentro una rara e magnifica umiltà, senza quel bisogno urgente di sentirsi per forza grandi Scrittori che a volte finisce con l’avvelenare il sangue di tanti megalomani e mitomani. Lui no, lui raccontava e basta, con gioia, sottovoce, come un paziente e simpatico nonnino che intrattiene i nipoti, eppure, eppure Aldo le sue belle storie le raccontava da dio. Ma Aldo era anche davvero interessato a leggere le storie degli altri, con grande passione e apertura mentale, leggeva e commentava con garbo, e a ogni sua apparizione percepivi il calore e la luce di un abbraccio sincero.

Aldo col figlio Massimo
In cima al suo bellissimo blog “Via della Polveriera” ci sono ancora le copertine dei miei due ultimi romanzi. 
Io naturalmente non gli avevo chiesto nulla, ma lui ce le aveva messe di sua iniziativa, perché Aldo Accardo era fatto così, oltre che un lettore curioso delle cose della vita era anche una persona buona e generosa, e la sua acuta e vivace intelligenza empatica gli aveva suggerito che un bravo outsider come me, in questo paese pieno di persone che leggono poco e quasi sempre leggono male, aveva bisogno di tutto l’aiuto possibile da parte degli Amici, quelli veri, quelli che sei felice di aver salutato di persona con un bacio in quella bella, indimenticabile, magica serata romana alla libreria Altroquando, nel meraviglioso autunno del 2012, la sera del battesimo ufficiale del mio Corradino, che per Aldo era diventato un altro dei tanti nipoti che adorava. 

Libreria Altroquando, Roma, novembre 2012
Mi resterà sempre il rammarico di non esser potuto ritornare a Roma, per riabbracciarti ai margini di una nuova presentazione libresca, o per venirti a trovare se in libreria non ci potevi più andare, ma questi sono rimpianti sterili, perché in fondo, caro Aldo, io e te lo sappiamo, tu avrai sempre un posticino caldo caldo qui nel mio cuore, come in quello di tanti, tantissimi altri, e queste sono cose che per fortuna si sono sempre fatte un baffo dei chilometri e degli anni.

E a costo di sembrare retorico, caro Aldo, non posso, se adesso chiudo gli occhi, non augurarmi questa cosa: che adesso tu, lassù, in un tranquillo e soleggiato giardino, oltre a ricongiungerti con tutti coloro che hai amato, possa finalmente incontrare e conoscere anche la mia dolce mamma, che ti ha preceduto tanti anni fa, e raccontarle una bella storia come quelle che sapevi raccontare a me.

Sarà che il piccolo Corradino vive tutt’ora in me, sarà che io uno dei miei nonni non l’ho mai nemmeno conosciuto, e l’altro è morto che avevo sette anni, e probabilmente ti verrà anche voglia di rispondere con una simpatica parolaccia dialettale, a questo omone di cinquant’anni che osa chiamarti “nonno”, quando al massimo potrei esserti non nipote ma figlio, eppure, nell’asciugarmi una lacrima, te lo devo proprio dire, perché mi sgorga dall’anima, da questa mia anima afflitta e confusa e sempre in pena, ma sempre sincera: 
ti vorrò bene per sempre, nonno Aldo!

Mi piace pensare che adesso ci sia tu,
su questo cavallo, a vegliare sulla tua città



martedì 28 marzo 2017

Paolo Zardi - LA PASSIONE SECONDO MATTEO


LA VERA PASSIONE? QUELLA DI PAOLO PER LA SCRITTURA 
CHE SPOSA, E NON TRADISCE, LA NOSTRA PER LA LETTURA


Come spesso accade nelle opere di questo grandissimo autore, il protagonista del Romanzo, Matteo De Angelis, è un antieroe contemporaneo: un individuo semplice e ordinario, ben inserito, almeno in apparenza, negli stritolanti ingranaggi della normalità. 
Fin dalle prime pagine scopriremo che Matteo è un uomo buono ma tormentato, irrisolto, complesso: a contatto con lui si avverte lo strano influsso di una personalità che ci attrae e ci respinge, ci intenerisce e ci spaventa, perché forse lui è in una volta sola quello che siamo, quello che abbiamo rischiato di essere, e quello che non vorremmo mai dover essere.
Matteo che ha paura degli incubi e gli piacerebbe rinunciare al sonno (“invidiava gli squali sempre in movimento, con il loro mezzo cervello a fare la guardia sull’altra metà che riposava silenziosa”.) Matteo che vuole un bene dell’anima ai suoi piccoli gemelli identici, incarnato brivido e tenero mistero biologico (“A volte, la mattina, quando andava a svegliare i suoi figli, li sorprendeva distesi nello stesso letto, abbracciati. Temevano la notte? Sua moglie diceva che era perché avevano passato nove mesi uno accanto all’altro, nel ventre materno: come avrebbero potuto vivere separati una volta caduti nel mondo?” – e si noti la sublime bellezza di quel “caduti”) ma rischia di tarparne precocemente le ali dentro un familismo cattolico rincagnato e un po’ ottuso. Matteo che è ligio all’etica del lavoro e al senso del dovere: percepisce l’azienda come un’infernale macchina bellica, ma si adegua ai suoi meccanismi come un disciplinato soldatino (fiero di essere approdato a livelli di responsabilità e comando) ed è grato della sicurezza economica che gli elargisce mamma ditta, un mostro impersonale che nel nome, e non soltanto nel nome (Gestam), evoca vagamente la Gestapo. Matteo lo vorresti strozzare, ogni volta che descrive l’amorevole moglie come una specie di cagnolino, non bello ma fedele e rassicurante, che si può amare con affetto, riconoscenza e fantozziana “stima”, ma non certo con passione. Matteo lo vorresti abbracciare, perché è stato tradito alla nascita da un padre che non è mai stato un padre, e tredici anni dopo è stato ancor più atrocemente tradito dalla sciagurata madre, una beghina della provincia veneta che ha pensato bene di farsi ingravidare, durante una gita torpedon-suoresca a Roma, dal peggior partner possibile (“una cattolica devotissima che un giorno aveva deciso di fare sesso con il primo che capitava – cioè lui – e mettere fine ad una verginità dal gusto ottocentesco”) per poi vivere dilaniata dalla colpa, e che dopo aver cresciuto il povero bambino a bagnoMaria in quella superstiziosa religiosità di paese che in Italia sconfina spesso nella mariolatria (“A maggio, ogni sera alle nove, Matteo recitava il rosario con sua madre, in salotto, davanti a un quadretto della Madonna”) e averlo instradato verso il seminario, decide di impiccarsi, e di abbandonarlo nell’età più delicata.
Matteo ha tradito a sua volta la passione, che però continua a sopravvivere in lui sottopelle, come un remoto richiamo, come una parte crioconservata dell’ardente anima che fu, pronta a essere risvegliata dalle note di Bach, e dalla conturbante sensualità della sorellastra Giulia, conosciuta allorché fu spedito dal (non) padre in vacanza in Sicilia a pochi giorni dalla morte della madre (potenti i flashback su questa esperienza così straniante e rivelatrice, su questi giorni che sono per lui un lampo di luce nel momento più buio, questi primi giorni da orfano sperduto, così tetri eppure così incredibilmente, inaccettabilmente “felici”).
Giulia, oggi così diversa da lui da spiazzarlo coi suoi repentini sbalzi d’umore (“Sembrava avesse il ciclo ogni due ore”), con la sua mentalità alternativa, con la sua arruffata vita senza bussola (splendida la descrizione dello scantinato in cui abita con un provvisorio compagno:
Dall’unica finestra del salotto si intravedevano le grate di un marciapiede; attraverso quelle fessure, i passanti avevano lasciato cadere per anni mozziconi di sigarette, carte di caramelle e stronzi di cane, fino a materializzare un Pollock in 3D”).
Matteo sospetta che proprio la sensualità dell’allor quattordicenne Giulia lo abbia fatto sentire inadeguato e incompatibile con la vocazione di prete, inducendolo, in seguito, a lasciare dopo due soli anni il seminario, non per inseguire la vera passione, però, ma solo una via di mezzo fatta di lavoro salariato e matrimonio borghese. Matteo talvolta ti sconcerta, perché vedi che di quella vocazione inculcata sopravvivono in lui solo i lati-zavorra che lo rendono debole, passivo o ridicolo, come il segno della croce da pretino che si fa ogni volta prima di mangiare, o l’elogio conformista del grigiore (“Perché tanta pena nel cercare di diventare felici, quando si può essere normali? Cos’aveva la normalità di così terribile?”), ma soprattutto la totale disponibilità e remissività con cui obbedisce a tutto, compresa l’improvvisa chiamata del (non) padre (un uomo che per lui non è mai stato niente, e che sarebbe così facile, e forse normale, e forse giusto, mandare al diavolo), lasciandosi strappare dalle piccole gioie della famiglia al mare, e proprio nel momento in cui le cose sul lavoro stanno per andare a catafascio, non per sua colpa ma pur sempre durante la sua imperdonabile irreperibilità e assenza, così da configurare per lui e per la sua carriera una catastrofe caproespiatoria da pennacchiano Malaussène. (Il tutto aggravato dalla piena consapevolezza che Matteo ha dell’ingiusta situazione: “Matteo pensò a Giovanni, l’uomo che lo aveva generato, l’uomo per il quale era morta sua madre, e lo vide grande, altissimo, con dei fili in mano, intento a muovere le sorti del suo destino”.)
Sì, perché nel destino di Matteo c’è questo: un pazzesco viaggio in Ucraina in obbedienza alla misteriosa convocazione di Giovanni, con Giulia come compagna d’avventura.



Questo libro è una sinfonia struggente e malinconica. Non sto dicendo di aver seguito il consiglio di leggere il Romanzo ascoltando Bach: per me la Lettura è una magia silenziosa, e a produrre musica devono essere le parole, con in sottofondo gli accordi accorati del mio cuore emozionato. In più, come valore aggiunto, il compositore qui è anche un pittore che dipinge case, paesaggi e tramonti. Questi ultimi quasi sempre legati a Giovanni, un uomo al tramonto, prima a Venezia (“L’acqua sbatteva sulle fondamenta della casa come un respiro. I tramonti si triplicavano nel riflesso delle finestre e nel riverbero del canale”) e poi in Ucraina (“si rifletteva sulle migliaia di finestre dei palazzi e quell’incendio proletario creava uno spettacolo a suo modo suggestivo”), nella remota Voronyhrad in cui si è ritirato a morire adagio (“mi sta andando in malora il sistema nervoso. Il corpo ha attivato la procedura di autodistruzione senza chiedere il mio parere. La cosa fastidiosa è che sembra non abbia fretta: è come cadere dal decimo piano di un palazzo al rallentatore. Una morte alla moviola. Gliela sconsiglio vivamente.” racconta Giovanni a un criminale cui si è rivolto per procurarsi certe sostanze con cui vorrebbe accelerare il torturante processo, adesso che di quell’”adagio” non ne può più.)

E qui non potremo esimerci dal parlare di Giovanni (a costo di incappare nell’effetto “spoiler”: chi non vuol sapere “come va a finire” salti tutto questo paragrafo e approdi senza indugio al successivo): un uomo che questi spettacoli della natura forse non li merita (lui che nella sublime bellezza di Venezia ha sempre pensato unicamente a usare il pene, e a preoccuparsi in modo patetico allorché la vecchiaia ha cominciato a non farlo funzionare come prima, la solita crisi del cazzo di tutti i cazzoni del mondo); un uomo che per tutta la vita è stato un coitopiteco, di quelli convinti che “vivere” significhi trivellare più donne possibili; un uomo che è stato un giornalista leccapotenti, uno che si vanta di esser stato amico di Pol Pot e di essere andato a massacrare orsi con quell’altro porco del dittatore Ceausescu (pagine memorabili, queste della caccia che non è una caccia ma un tiro al bersaglio, una mattanza organizzata dagli sgherri, così come sono memorabili le pagine sull’”urlo primordiale” innescato da Giulia per aiutare Matteo a sfogarsi e liberarsi per la prima volta nella vita); un uomo abituato a mentire agli altri e a se stesso (pensa addirittura di riuscire a dare a bere di essersi stabilito in Ucraina non per seguire la badante che ha sposato in un impeto di disperazione – salvo poi scoprirla inadeguata all’ultimissimo compito – ma per pura curiosità socio-antropologica verso quelle terre di sfacelo post-sovietico); un uomo che potrebbe suscitare mille dibattiti su cosa sia o non sia in fin dei conti un padre biologico (un Padre non dovrebbe essere uno che ti ama e ti protegge anche se magari ti ha adottato, o si è preso cura di te come patrigno? E se uno ha solo fecondato un ovulo come incidente di percorso in una ginnica trombata, per poi sparire, il termine esatto sarà davvero “padre”?); un uomo che alla fine avrà il solo indiretto merito di condurci nei territori dell’Eutanasia, l’Argomento per eccellenza di questa nostra umanità che cerca faticosamente di diventare davvero civile, l’argomento capitale e tremendo di cui gli italiani, sottomessi alla Gestapo del Salvifico Dolore, hanno tanta irragionevole paura. Matteo sembra il meno adatto e invece è l’uomo perfetto: la sua riluttanza, anzi, il suo iniziale rifiuto (che ci fa ripensare ai momenti culminanti di quel meraviglioso film che è Million dollar baby, anche se qui il famoso e commovente “Mio tesoro, mio sangue” potrebbe esser ribaltato in un “Brutto stronzo, io ero il tuo sangue!”) farà sì che la sua non sia una mera esecuzione, ma l’atto amorevole di un angelo della misericordia. E l’atto stesso sarà perfetto per lui, portandolo a discostarsi una volta per tutte da quella chiazza di grigiore conformista e un po’ bigotto che aveva sino ad allora macchiato la sua vita: “Aveva tradito Dio per un senso di giustizia superiore, come i soldati che scelgono di non obbedire a un ordine ingiusto. Avrebbe affrontato il castigo a testa alta”.

Che altro dire, ancora? Io non sono mai troppo bravo nello scovare “parentele” letterarie (e non so nemmeno fino a che punto tale esercizio serva a qualcosa) ma è innegabile che leggendo Paolo Zardi se ne sentano sempre riecheggiare parecchi, di Grandi. Qui mi viene da pensare a Dostoevskij, a Cechov, a Nabokov (quello più sobrio di Disperazione e La difesa di Luzin), o anche, per le suggestioni ucraine ma non solo, al Safran Foer di Ogni cosa è illuminata
Di Nabokov, verso la fine, troviamo una citazione che ho sempre condiviso in pieno: “in un libro contano solo la struttura e lo stile” (che non è affatto un inno allo sterile formalismo, perché lo Stile non è tale se non sa produrre emozioni su emozioni). 
Ma soprattutto Zardi pare legatissimo alla lezione di Flaubert: prendere quella che potrebbe sembrare una brutta storia con brutti personaggi (in certi momenti, anche se non in tutti, sembra una gara a chi riuscirà a stare più sulle palle al lettore, proprio come in Madame Bovary) e riscattarla scrivendo in modo delizioso, facendoci godere per la bellezza delle descrizioni, la vividezza delle sensazioni, la coraggiosa profondità di un’introspezione mai banale, anzi, al contrario, da speleologo dell’anima, animato da una voglia di esplorazione intima ultimativa e quasi suicida.

Be’, amici miei, direi proprio che è il caso di comprarlo e di leggerlo.
Siete ancora lì?
Non fatemi incazzare.
Parola di Scriba.